«DAU. Natasha», dalla Russia un film sperimentale ricco di suggestioni

Arriva nelle sale uno dei titoli più complicati e affascinanti degli ultimi tempi: si tratta di «DAU. Natasha», film russo dal taglio quasi sperimentale, diretto da Ilya Khrzhanovsky e Jekaterina Oertel.

La prima informazione importante da condividere è che questo film fa parte del cosiddetto “DAU Project”, un mosaico composto da tanti tasselli che vuole rappresentare una sorta di simulazione su larga scala dell’Unione Sovietica ai tempi del totalitarismo.

A questo monumentale progetto, che tocca anche altre discipline (dall’arte all’antropologia), Khrzhanovsky lavora da circa quindici anni: al centro della pellicola in uscita questa settimana nelle nostre sale c’è una donna, Natasha, impiegata alla mensa di un misterioso istituto di ricerca sovietico. Beve molto, ama parlare d’amore e intraprende un’appassionata relazione: i servizi segreti, però, intervengono improvvisamente e la donna piomberà in un vero e proprio incubo a occhi aperti.

Si tratta di un lungometraggio tutt’altro che semplice da seguire e da vedere, che mescola senza alcun confine evidente realtà e finzione, risultando piuttosto ostico anche per la sua messinscena radicale e per una durata che non aiuta troppo il coinvolgimento (circa 145 minuti).

Una visione capace di inquietare e interessare

Nonostante questo, però, se si sta al gioco proposto dal film ci si troverà davanti una pellicola capace di incuriosire, interessare e persino inquietare: c’è qualcosa di profondamente angosciante nella visione di quest’opera diversa da tutte le altre, basata su sequenze forti e spesso violente, realizzate per dare ancora più tangibilità alla brutale situazione di vivere sotto un regime totalitarista.

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