Baryshnikov strumento d’artista

Qual è il segreto di Mikhail Baryshnikov? Quale l’atout che lo rende definitivamente superiore ad ogni genere di spettacolo, che ha attraversato e ancora esplora con curiosità sottile e audace, così da spiazzare ogni volta per le scelte? Supremo ballerino classico, mirabile danzatore contemporaneo, dagli anni settanta del Novecento, dopo il suo arrivo in Occidente, ha frequentato teatro, cinema, show televisivi sempre con credibilità e grande successo: si potrebbe dire, senza mai (o quasi mai) sbagliare un colpo.

Merito del carisma naturale tipico di tutte le grandi star, certo, ma anche di una sua personale caratteristica, evidente fin dai primi ruoli danzati: quella di una inesauribile necessità di conoscenza unita a un’intelligenza interpretativa assoluta, capace di comprendere nel profondo e quindi restituire perfettamente al pubblico le molteplici sfumature poetiche ed estetiche dei diversi pensieri coreografici affrontati.

Not Once di Jan Fabre con Mikhail Baryshnikov (A,Avezzù)

Balanchine

Mettersi insomma totalmente al servizio dell’opera senza pretendere di esserne la ragion d’essere: non a caso quando abbandonò i lauti guadagni da superstar dell’American Ballet Theatre per poter lavorare a paga sindacale con Balanchine, dichiarò di voler essere uno strumento nelle mani del leggendario coreografo.

Jan Fabre

Questa urgenza artistica insieme ad una disciplina ferrea hanno insomma fatto sì che Baryshnikov abbia spaziato per tutto lo spettro della danza di oggi, attraversandolo con quell’incredibile, apparente facilità nel generare ogni tipo di movimento, come se fosse l’unico solamente possibile e ‘giusto’ per quella certa danza. E lo stesso è successo poi, nelle pièce teatrali, dove ha elaborato una recitazione fatta per sottrazione, spesso sommessa e colloquiale, quasi a rifuggire l’idea di infingimento e di artificiosità (con licenza per i grotteschi ritratti preparati per lui da Bob Wilson): la parola sostanza di un pensiero elaborato e vissuto, piuttosto che semplicemente espresso. Non sorprende allora il fatto che l’artista fiammingo Jan Fabre nel coinvolgerlo nel progetto NOT ONCE abbia spiegato di essere stato attratto dalla sua capacità di “incarnare l’idea antica di metamorfosi e trasformazione in qualcosa d’altro”.

Not Once di Jan Fabre con Mikhail Baryshnikov (A,Avezzù)

Così, in quattro anni di lavoro -fatto di riprese cinematografiche curate da Fabre con Phil Griffin- è nata l’installazione-film presentata in prima assoluta all’Arsenale di Venezia in occasione della prima Biennale Danza diretta da Wayne McGregor. Immerso in uno spazio di candore abbagliante, duplicato da due schermi angolari che rimandano le immagini, Baryhsnikov ci porta a seguire il filo dei pensieri mentre il volto così mobile, le mani così sottili, i suoi occhi azzurri vengono scrutati minuziosamente dalla telecamera che entra nei solchi delle rughe, nelle virgole delle dita, nei bagliori freddi dello sguardo. Ora sfoglie di biacca, ora piume, ora schegge di vetro o montagne di schiuma rigorosamente candide si accumulano sulla pelle, pendono dalle guance, si sfaldano inesorabili dal suo corpo, mentre ascoltiamo il racconto del complesso rapporto tra l’artista e una fotografa che in undici ‘stanze’ sta investigando e cercando di catturarne l’essenza: frammenti autobiografici e descrizioni anatomiche si mischiano nel monologo ( il testo è ancora di Fabre) e ci spingono a interrogarci sulla reale natura del personaggio che ci conduce lungo il filo delle sue sensazioni.

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