Addio ad Antonio Pennacchi

Se c’è una dote che trapelava nello sguardo di Antonio Pennacchi, scomparso il 3 agosto 2021, all’età di 71 anni, nella sua casa di Latina, era l’autenticità.

Pennacchi non era uno scrittore da bluff anche se aveva un sorriso beffardo, ironico, trattenuto a mala pena sotto il suo capello da manovratore di locomotive sovietiche, di colore blu, con l’immancabile sciarpa rossa.

Conoscendolo da vicino, ci si accorgeva facilmente che il suo modo di guardare era tipico di quel mondo a cui apparteneva, umile e popolare, mai dialettale, nonostante il dialetto fosse una culla dove andava a rifugiarsi per difendersi e per sentirsi a proprio agio.

Pennacchi non era autore gergale, nel senso che il suo linguaggio, pur avvolto da striature laziali-romanesche, tendeva all’assolutezza dell’idioma nazionale, fuggiva la provincia perché più stringenti si facevano in lui le ragioni di un’epica che dovesse cogliere il racconto di una civiltà, la sua, quella di un popolo di coloni trasferiti da un margine (il Veneto di Rovigo) a un altro margine (l’Agro pontino, nel basso Lazio).

Questo aspetto rendeva la narrativa di Pennacchi qualcosa di irripetibile nella sua urgenza perché scaturiva da un impeto primordiale, da un atteggiamento prometeico che contraddistinse il tempo prima degli esordi, gli anni eroici in cui egli lavorò come operaio alla Fulgorcavi e che mirabilmente fanno da sfondo a Mammut, il libro del debutto, pubblicato da Donzelli nel 1994.

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