I cigni invadono i festival italiani

Adesso che nell’ultima collezione Dior anche Maria Grazia Chiuri ha avvolto la scollatura di un peplo con un Cigno sinuoso come nella celebre foto di Anna Pavlova, la conferma è definitiva: il Cigno è e sarà per sempre nell’immaginario moderno, sinonimo della grazia emaciata della “ballerina”, che la Pavlova stessa forte della sua fama mondiale, contribuì a imprimere.

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Tale e tanta è infatti l’assimilazione con la prima interprete che lo danzò, perfino sul letto di morte, che si sorvola sulla straordinaria forza innovatrice di quella danza. Eppure La Morte del Cigno del russo Michel Fokine creato agli albori del Novecento, sui tre minuti dell’andantino di Saint Saens annuncia la necessità di indagare emozioni e impulsi dell’uomo moderno, dando spazio all’interiorità, fragilità incluse: qualcosa di estremamente diverso dai favolistici Cigni del Lago, di una decina d’anni più vecchi, ultimi baluardi dell’astrale classicismo di Petipa, appena riscaldato dai languori del suo assistente Lev Ivanov, ma soprattutto dalla turbolenta bellezza della musica di Ciaikovsky.

Non di meno, spesso confondendoli, i Cigni rappresentano ormai per tutti la danza classica e la sua estetica. E mai come in questi tempi – complice il lockdown globale che ha letteralmente tarpato le ali a ballerini di tutto il mondo- sono stati evocati come simboli di un’arte nobile e sofferente: li abbiamo visti ballare nei salotti di casa e nelle vasche da bagno in video spesso ideati per sensibilizzare la crisi del settore.

I cigni ciaikovskiani

Al di là della pandemia, è comunque innegabile che tanto i cigni ciaikovskiani quanto l’esangue creatura fokiniana rappresentino una sfida vera tra quegli artisti della danza di oggi che si fregiano del riconoscimento di una loro originalità e mai come in quest’estate di ripresa popolano molti festival italiani, che ci dimostrano che prima o poi un artista si trova a fare i conti con la tradizione a cui nonostante tutto appartiene.

Lac de Cygnes

L’Accademico di Francia Angelin Preljocaj ha iniziato da tempo un processo “a ritroso”, che l’ha portato da coreografo puro a rivedere il mondo di Petipa. Ma nel suo Lac de Cygnes (al Festival dei Due Mondi in prima italiana dal 9 all’11 luglio), la sfida è stata non tanto compositiva quanto drammaturgica, visto che da fervente ecologista l’autore ha contestualizzato la vicenda in una metropoli contemporanea dove la lotta per le risorse naturali cozza contro gli interessi economici. Che il plot del Lago dei Cigni sia stato soggetto del resto a innumerevoli riletture lo sappiamo dagli anni ’70 del secolo scorso: il principe è stato assimilato a Ludwig di Baviera, ad Amleto, addirittura a Charles Windsor.

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