I rischi della cancel culture

Altre voci, per esempio quella della giornalista Jennifer Guerra , dissentono. La nuova attenzione rivolta ai diritti delle minoranze, secondo quest’altra prospettiva, non sarebbe da ascrivere a una politically correctness dilagante e corrosiva; piuttosto, sarebbe il risultato di un ampliamento di orizzonti della sfera politica. Ampliamento che, in ambito accademico, è stato raggiunto grazie agli studi post-coloniali: non riconoscerlo sarebbe come, per fare un esempio, ridurre l’articolata sensibilità dei gender studies alla semplificazione strumentale della cosiddetta (fantomatica) “ideologia gender”.

A noi sembra che la questione sia troppo complessa per sposare una posizione univoca: gran parte della sofferenza psichica delle minoranze deriva proprio dall’essere esclusi dal dialogo politico, non riconosciuti come validi interlocutori e attivi partecipanti alla vita civile; tutelarne i diritti è sacrosanto (vedi anche alla voce ddl Zan). Allo stesso tempo, alcune condotte censorie hanno un sapore fanatico, rinunciano alla prospettiva storica e alimentano polarizzazioni che penalizzano il dialogo.

Più di dieci anni fa la filosofa Martha Nussbaum (Internazionale ha recentemente riproposto questo suo contributo) aveva lanciato un allarme che a nostro avviso può funzionare bipartisan (cioè sia per i cancellatori e le cancellatrici di opere classiche sconvenientemente misogine, sia per gli orrendi insultatori di donne o minoranze). In un mondo in cui il benessere sociale dipendeva sempre più dalla diffusione delle conoscenze, scriveva Nussbaum, gli studi umanistici e l’insegnamento socratico, basato su dialogo aperto e pensiero autonomo, venivano via via soppiantati da un modello educativo iper-specializzato (sempre più carente in cultura generale): «Per capire bene la complessità del mondo non si possono usare solo la logica e le conoscenze fattuali. Le persone hanno bisogno di un terzo elemento, strettamente correlato ai primi due, che possiamo chiamare immaginazione narrativa. È la capacità di pensarsi nei panni di un altro, di essere un lettore intelligente della storia di quella persona, di comprenderne le emozioni, le voglie e i desideri».

In questa rubrica l’abbiamo affermato spesso, uno degli elementi più importanti del dialogo clinico è proprio la creazione di una dimensione del “noi”, il “terzo analitico”, che nasce dall’incontro di due soggettività, l’apertura di un campo in cui i conflitti e le parti più “scomode” delle personalità vengono conosciute, approfondite, elaborate e, quando serve, contrastate.

Dall’individuale al collettivo, anche nel dialogo pubblico, la rimozione del confronto può essere molto nociva. Detto questo, è evidente che non si può dire tutto o dialogare con chiunque. Soprattutto con qualcuno le cui parole aumentano la sofferenza di minoranze o categorie già traumatizzate. Su questo, a nostro avviso, si può essere kantiani e sostenere, come un imperativo categorico, la legittimità delle battaglie contro l’incitazione al razzismo, alla misoginia, all’omofobia, alla transfobia. Ma ciò non significa che l’arte debba rinunciare alla sperimentazione, alla provocazione, al rischio. Né significa che il passato, con le sue contraddizioni e i suoi orrori, vada candeggiato o rimosso e non studiato. Contro le fake news, abbiamo sempre più bisogno di vere testimonianze e di più voci possibili. Comprese interpretazioni narrative creative, sperimentali o contestualizzanti, che ci permettano di leggere la realtà da più punti di vista. Una cosa è chiudere il blog dell’hater razzista, che sia un politico o un comune cittadino, altra cosa è non poter leggere Celine, Nabokov o Allen.

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