Le lezioni di Aldo Moro

Anche quest’anno, durante tutto il mese scorso, abbiamo visto tante commemorazioni della figura di Aldo Moro, ad ormai 43 anni dal suo rapimento e dalla sua uccisione, avvenuta quel 9 maggio del 1978.
Come ogni anno, si sono ricordati il suo temperamento, la sua formazione, il suo percorso e la sua statura politica e istituzionale.

Università di Bari

Si è detto invece meno della sua esperienza universitaria, iniziata negli anni trenta, all’Università di Bari; sfociata, da studente, nella tesi di laurea sulla “Capacità giuridica penale”, nel 1938. E poi proseguita con la presidenza della FUCI, sino al 1941, e con quella del Movimento dei laureati di Azione cattolica, nel 1945. Fino alla cattedra di diritto penale, conseguita nel 1951, a soli 35 anni, dopo aver pubblicato i suoi saggi sulla parte generale (La capacità giuridica penale, 1941, La subiettivazione della norma penale, 1942, l’Unità e pluralità di reati, 1951, e poi sulla parte speciale del diritto penale “Osservazioni sulla natura dell’exceptio veritatis”, 1954).

Dalla sua esperienza scientifica e didattica emergono, nitidi, i tratti salienti della sua personalità: anzitutto la sua poliedricità, avendo egli insegnato a lungo anche filosofia del diritto, filosofia morale, storia delle dottrine politiche e politica coloniale. E il suo orizzonte interdisciplinare, quasi pluri-identitario, potremmo dire. Infatti, Moro era guardato con diffidenza sia dagli scienziati della politica, in quanto giurista, che dagli stessi penalisti, in quanto filosofo. Nota anche la sua insofferenza verso gli steccati amministrativi e burocratici che egli superava di slancio: vivendo l’Università come una comunità e dialogando a stretto gomito con gli studenti.

Come dimostrano tre immagini, più eloquenti di mille parole, che la storia ci restituisce: le tesi di laurea ritrovate il 16 marzo 1978 nella sua auto insanguinata, che avrebbe voluto discutere a breve; la sua partecipazione alle assemblee studentesche infuocate di quegli anni, che egli affrontava con pazienza e dedizione, ascoltando le ragioni dei giovani; le sue lettere dalla cd. “Prigione del popolo” (così la chiamavano i brigatisti) con le quali si scusava verso gli studenti per non potersi più occupare di loro.

L’importanza della formazione

Immagini del tutto inconsuete, al giorno d’oggi; impensabile, di questi tempi, immaginare un politico del suo calibro, mentre si reca in Parlamento a votare la fiducia al Governo, che si occupa delle tesi dei laureandi. Ma egli credeva veramente nell’importanza della formazione e diceva che: “Nel nostro Paese ai giovani è dedicata tenerezza e cura ma non la centralità che meritano, alla quale occorrerebbe subordinare ogni interesse comodo”. Stigmatizzando cioè il fatto che i giovani sono sì accarezzati e curati, dai meno giovani, che però non vogliono lasciare loro i posti di comando; nel pubblico, come nel privato. E così è anche la scuola, casa dei giovani, sempre sulla bocca di tutti, a parole.La verità è che il lascito di Moro, in ambito formativo, resta ancor oggi inascoltato. Sia perché la formazione non riveste, nell’ordinamento, la centralità che merita. Sia perché la vita universitaria si è avviluppata negli anni in una spirale burocratico-amministrativa ormai divenuta soffocante: pensiamo alla cd. codifica del sapere, con la quale si è segmentato il sapere attribuendone porzioni ai diversi settori scientifico disciplinari, ciascuno chiuso nelle sue comunità, riviste scientifiche, convegni e concorsi. E con anche un solco, sempre più ampio, tra personale docente e amministrativo.

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