Il grande Nord brilla di canti e incanti

Un dente d’orso al posto del cuore. Uqsuralik, giovane donna Inuit, ha appena visto una fenditura del ghiaccio trasformarsi in canale, la sua famiglia scomparire nella nebbia dell’Artico e suo padre lanciarle quel dente. Che diventa amuleto e destino. È sola con una pelle d’orso che contiene tutto quel che possiede: una lancia, un coltello e un arpone. Comincia un viaggio iniziatico verso la sopravvivenza e l’equilibrio. La natura è potente e famelica, il bianco una voragine e «gli iceberg nelle ore in cui il sole sale in cielo sono abbaglianti, non li si può guardare senza ferirsi gli occhi».

A caccia di volpi, foche e caribù

Uqsuralik attraversa distese di neve e ghiaccio: deve cacciare per mangiare, costruirsi un igloo e guardarsi dall’ossessione degli spazi. Bérengère Cournut, che ha fatto una lunga opera di ricerca sui fondi Jean Malaurie e Paul-Émile Victor conservati al Museo nazionale di storia naturale di Parigi, ne racconta i giorni in Di pietra e d’osso, libro pieno di luce in una relazione inscindibile con l’orizzonte e con l’ascolto del bianco. L’unica possibilità di sopravvivenza per la giovane donna è un lembo di terra, cacciare volpi e foche o inseguire i caribù. E trovare un campo che diventa la sua nuova famiglia.

Ci sono personaggi enigmatici, spiriti lontani ed eterni che parlano attraverso i canti. Uqsuralik diventa madre di Hila dopo aver perso il marito e aver trovato in Sauniq una madre adottiva. Che cucirà piume di corvo sulla tuta della bimba di modo che, se qualcuno cercherà di farle del male, potrà fuggire come un uccello che sfrutta le correnti ascensionali. Canti, incanti e incantesimi riempiono il vuoto bianco pieno di umana solidarietà, di battute di caccia e di notti infinite.

Fusione uomo-natura

L’immersione nella natura è immedesimazione, gli spiriti sono ovunque e, quando Hila va deperendo, sarà Naja, lo sciamano, a far allontanare il male dal suo corpo. Laddove gli uomini sono impotenti, la natura soffia lo spirito della fusione primigenia. Le pagine della scrittrice francese respirano al ritmo del tempo, assecondando lo scorrere delle lune, che «brillano come due coltelli da donna accostati, con i fili taglienti. Tutto intorno corre un vasto gregge di stelle».

Quel che dicono gli sciamani

In questa società, così femminile, l’Artico è magico e onirico. La ricerca di Uqsuralik è inesausta. Ascolta la voce della natura, vive l’iniziazione da sciamana, ne apprende la lingua: «se mi inoltro da sola sulla banchisa percepisco il mare che si muove al di sotto, so che ride con me». Il respiro del Grande Nord tutto e tutti contiene, chi muore nella ferocia di queste lande rivive in chi nasce alla vita: «I dolori e le pene sono lontani, non esiste più niente – se non l’amore di una coppia di genitori e quello di tutto un clan, e l’ardente desiderio di sopravvivere all’inverno buio e freddo». Si sopravvive sempre al temporale.

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