2 giugno 1946, primo giorno della Repubblica. Le 21 madri della Costituzione

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Furono le donne a compiere un altro “miracolo della ragione” nelle prime elezioni libere dopo un quarto di secolo, le elezioni amministrative che si tennero in una prima tornata a marzo e aprile del 1946. Esse infatti smentirono clamorosamente un pregiudizio comune allora a tutti i partiti, cioè la convinzione che il voto alle donne avrebbe esteso l’astensionismo, rispetto alle ultime elezioni libere del 1921 (59 per cento) perché, mormorava il pregiudizio, le donne, che mai avevano votato, non avrebbero compreso l’importanza del voto e avrebbero disertato le urne. Questo timore era condiviso persino dalle donne politicamente impegnate nei partiti democratici, tanto da indurle a proporre l’obbligatorietà del voto per ridurre il rischio di un astensionismo femminile.

Invece, nella primavera del 1946 le donne compirono il miracolo, annientando il pregiudizio: infatti, l’affluenza alle urne superò l’82 per cento, ma su 19.802.581 votanti, le donne furono un milione e duecentomila in più degli uomini. E furono oltre duemila le donne elette nelle amministrazioni riguardanti 5.792 comuni e 117 capoluoghi. Nelle elezioni del 2 giugno, non solo fu superata la percentuale dell’affluenza alle urne, quasi il 90 per cento, ma nelle regioni meridionali le votanti furono più numerose dei votanti. Le 21 elette alla Costituente nel 1946 erano un’avanguardia esigua, il 3,7 per cento. Ma la loro presenza, come espressione della componente femminile del popolo sovrano, era una novità assoluta, in quell’anno di novità e di svolta epocale.

Donne differenti per generazione, regione, estrazione sociale, formazione, professione, ideologia, le 21 Costituenti collaborarono attivamente per rendere più democratica la costituzione della nuova Italia, conquistando alle donne la piena cittadinanza, senza più alcuna discriminazione. E spesso dovettero far fronte ai pregiudizi contro la donna, persistenti nei loro stessi colleghi di partito. «Senza le loro battaglie, diversi articoli della Costituzione, compresi i principi fondamentali, non sarebbero gli stessi», afferma Eliana Di Caro. E non è un’affermazione enfatica, come dimostra il suo libro, che ha il pregio di aver nuovamente infranto l’oblio nel quale le 21 donne della Costituente sono state lasciate per gran parte dei settantacinque anni della Repubblica.

Eliana Di Caro ha restituito alle ventuno elette il posto di rilievo che esse hanno avuto nella fondazione della democrazia italiana. E lo ha fatto con una ricostruzione appassionata, ma storicamente concreta ed essenziale, dando a ciascuna la propria individualità: innanzi tutto come persona, quindi come militante politica, e infine come parlamentare della Repubblica.

Il libro racconta esperienze di sacrificio, eroismo, dedizione, sofferenza, prigionia, accomunate dalla volontà di non cedere, di non arrendersi, di combattere. E sono pagine dalle quali emerge, alla fine, sia pure con tratti propriamente femminili, l’immagine di una umanità esemplare, incarnata in persone reali. Il libro non è una raccolta idealizzante di vite parallele: racconta le vite vissute e convergenti di 21 donne che volevano realizzare, con la parità fra cittadine e cittadini, la libertà e la dignità di ogni essere umano.

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