Iliade e Odissea: atmosfere ritrovate nel poemetto Nobody

Quando, nell’Odissea, Telemaco si reca a cercare notizie del padre da dieci anni perduto, il vecchio Nestore racconta un curioso episodio relativo ad Agamennone, che al ritorno da Troia è stato ucciso dalla moglie Clitennestra e dall’amante di lei Egisto: partendo per la guerra, Agamennone avrebbe affidato la moglie a un aedo, un poeta, perché provvedesse a lei. «Ma quando il destino l’avvinse, fino ad essere domata, / allora, condotto su un’isola deserta il cantore, / (Egisto) lo abbandonò in preda e bottino agli uccelli, / e, voglioso, la portò consenziente nella propria dimora» (III, 269-272).

È il brano dal quale Alice Oswald parte nella sua ultima raccolta di poesia, Nobody (cioè Nessuno, Ulisse), affermando che esso «vive nella oscura torbidità tra le due storie», quella di Ulisse e quella di Agamennone. «La sua voce è soffiata dal vento e danneggiata dall’acqua, come se qualcuno si proponesse di cantare l’Odissea ma fosse poi condotto, a forza di remi, a un’isola petrosa e mai scoprisse la fine del poema».

Un poemetto nel profondo

In realtà, Nobody è un poemetto nel profondo del quale vibrano anche Clitennestra e Filottete nonché le ombre che Ulisse incontra nell’Ade. È, veramente, il mare, che «non ha cominciamenti» e che «mai finisce»: rimbomba presso il porto di Itaca, prendendo l’aspetto di Vecchio, si stende su tutta la terra. Coloro che gli vivono vicino, il mare «li asciuga, li restringe, indurisce, semplifica, a metà li seppellisce». Il mare contiene tutto: «ciuffi trasparenti di cose dagli organi oculiformi», «conchiglie dalla straordinaria bellezza» e profumo d’arancio al tramonto, e aironi e corvi marini, e acqua infinita.

Oswald, laureata a Oxford in «Classics» e oggi cattedratica di Poesia in quella stessa università, aveva già celebrato il mare in Woods, etc., del 2005, («Cos’è l’acqua agli occhi dell’acqua?»), e il fiume in Dart (2002) e in A Sleepwalk on the Severn (2009). In Nobody torna ai poemi la cui mitologia aveva sfiorato in Falling Awake (2016: «Tithonus») e che aveva affrontato di petto con Memorial: una raccolta dal fortissimo impatto sulla mente che pensa alla morte e sull’orecchio che ascolta. Perfettamente curato e tradotto da Pretto e Sonzogni, Memorial è, ci dice l’autrice, «una traduzione dell’atmosfera dell’Iliade, non della sua vicenda». È una traduzione (meglio, «transcreazione», come voleva un altro che s’era provato nella medesima impresa, il brasiliano Haroldo De Campos), della enargeia del poema omerico, dell’«insostenibile fulgore della realtà» promanante dall’Iliade.

Duecento nomi di guerrieri

Più di duecento nomi di guerrieri greci e troiani morti nella Guerra sono elencati nel libro, da Protesilao a Ettore: tutti semplici soldati. A ciascuno di essi è dedicato un “memoriale”, un obituary, e ciascuno di questi si regge su una similitudine omerica di rara potenza. «Primo a morire fu Protesilao / Uomo risoluto che presto s’avventò nel buio / Con lui su quaranta navi nere salparono in molti / Lasciandosi alle spalle quelle scogliere infiorate / Dove un letto d’erba ricopre ogni cosa / Piraso Itone Pteleo Antrone / Morì nel balzo di chi cerca per primo l’approdo / Lasciò la casa costruita a metà / La moglie corse fuori artigliandogli il viso / Podarce l’assai meno valente fratello / Prese il comando ma era tanto tempo fa / Giace nella terra negra già da migliaia di anni // Come per stormire di vento / Iniziano a rumoreggiare le onde / Una lunga nota via via più forte / L’acqua esala un sospiro profondo / Come sobbalzo di terra / Quando zefiro un campo traversa / Voluttuoso e curioso / Senza nulla trovare».

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