La Biennale si domanda: «Come vivremo insieme?»

È questo il Leitmotiv di una narrazione dominante anche nel Padiglione centrale ai Giardini: il tono oscuramento profetico dei cartelli che introducono le tappe dei 5 temi o macro aree che fanno da cornice alle singole partecipazioni, ha il sapore snobisticamente democratico che si respira nell’accademia nordamericana, un misto di ermetismo scientista e di didascalismo pedagogico abitualmente usato nei protocolli di disintossicazione, di riabilitazione e infine di riscatto. Un felice abbandono all’ideologia mainstream, stretta tra l’incudine del politically correct e l’incudine della cancel culture che, nel nobile intento di una democrazia totale dei diritti, invece di alimentare le biodiversità fisiche e culturali finisce involontariamente con l’omologarle in un pensiero unico apparentemente progressista.

Tra fantasy e fantascienza

Tra fantasy e fantascienza, l’introduzione all’Arsenale mette in scena la sezione inaugurale sulla necessaria convivenza, allargata a comprendere la presenza interattiva di robot e altre realtà alternative alimentate dall’intelligenza artificiale: digitale e fisico formano un’indistricabile unità allargando lo spettro delle ibridazioni, i loro rischi e le loro potenzialità. Le neotecnologie ci stanno trasformando in cyborg, installandosi nei nostri corpi per migliorarne le prestazioni e le percezioni: il design si estende al progetto del corpo, i vestiti diventano «protesi di empatia», un «maternity menswear» esplora «la gravidanza non femminile» attraverso l’abbigliamento. Se sfumano i confini tra genere e sesso, ancora più evanescenti quelli tra naturale e artificiale sotto l’onda d’urto delle neuroscienze. L’ingegneria genetica si accinge a riprogettare la nostra specie, producendo bambini «geneticamente modificati» o cresciuti in uteri artificiali: ma invece di porre le questione politica (etica?) di tale manipolazione, l’architetto riformato ci offre l’improbabile Heavy Duty Love di Lucy McRae: un dispositivo che stringe il corpo tra strati di materiale morbido per ricreare «nuovi tipi d intimità» per rispondere all’interrogativo: «potrebbero delle macchine spugnose creare fiducia e connessione, restituendo l’abbraccio di un genitore scomparso in virtù di origini costruite in laboratorio?».

Quello che non è riuscito alla politica, alla filosofia morale e all’economia progressista sarà dunque possibile all’architetto, grazie al suo lucido sforzo visionario. Il vitale filone dell’utopia nei momenti di crisi ha sempre permesso di vedere oltre l’ostacolo; ma la sua efficacia è proporzionale alla funzione critica di contrastare l’assolutismo della scienza, non di assecondarne il funzionamento oltre i limiti dell’etica e della cultura.

Se la Natura è il grande tema di questa Biennale, non ci si dovrà aspettare però alcuna forma di Arcadia, seppur tecnologica come quella di Emilio Ambasz, celebrato come precursore nel Padiglione Italia: la Natura emerge come un fantasma inquietante, galleggiante sotto forma di filamenti vegetali o di frammenti scheletri ci di diverse specie in ampolle e fiale avvolte da grovigli arteriosi di cavi energetici, in un immaginario tecnologico da laboratorio alchemico.

Ma fortunatamente più produttiva e stimolante è la sezione dedicata alla tematiche sperimentali di convivenza dove si confrontano le best practices di gruppi di lavoro che riportano l’ambizione egotica dell’architetto-designer dalla Grande Forma alle pratiche del processo, dove tutti sono attori di trasformazioni e negoziazioni che mettono l’immaginazione all’opera. Sono le emerging communities che offrono esempi di praticabili convivenze, riportando con i piedi per terra l’assunto iniziale della mostra: sono le pratiche urbane e territoriali di Arquitectura Expandida a Bogotà, i barrios di Caracas, l’ospedale Tambacounda in Senegal, le Cooperative Houses di Barcellona, e tutte quelle minute forme di architettura tattica che, progettando l’accesso democratico ai servizi di necessità, ci danno speranza che, forse,nel prossimo futuro avremmo imparato un po’ di più a vivere meglio, assieme.

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