Bob Dylan, 80 anni «a ruota libera» tra canzoni, Nobel e 350 milioni in banca

Per raccontare l’uomo, in certi casi, devi partire dalla mitologia. E l’origine del mito, nel suo caso, ha una data precisa: 11 aprile 1961. Al Gerde’s Folk City, localaccio del Greenwich Village che serve al suo pubblico di intellettuali engagé musica rigorosamente tradizionale, è di scena il bluesman John Lee Hooker. Poco prima dell’esibizione il proprietario della bettola, un calabrese di nome Mike Porco, getta allo sbaraglio un ragazzino che non ha ancora compiuto 20 anni e pochi mesi prima è arrivato nella Grande Mela, viaggiando clandestinamente – a detta sua – su un treno merci. È ebreo, viene dal Minnesota, all’anagrafe risulta registrato come Robert Allen Zimmerman ma di lì a un anno inciderà il primo disco per la Columbia con lo pseudonimo di Bob Dylan.

Il Nobel è una medaglia appuntata sull’Everest

La grande storia passa spesso e volentieri per questi piccoli quanto curiosi incroci: quel ragazzino, il 24 maggio, compie 80 anni, 60 dei quali trascorsi su un palcoscenico. Con 77 album pubblicati, più di 120 milioni di copie vendute, un premio Pulitzer e – caso unico per un artista musicale – il Nobel per la Letteratura, Dylan ha cambiato per sempre la storia della musica contemporanea. E, ancora di più, quella del costume. Quando nel 2016 l’Accademia di Svezia lo inseguiva in giro per il mondo per insignirlo del riconoscimento che qualsiasi altro intellettuale del pianeta sarebbe andato a prendersi a Stoccolma a piedi scalzi, un altro poeta prestato alla musica, Leonard Cohen, commentò così la curiosa circostanza: «È come se volessero appuntare una medaglia sull’Everest».

Un patrimonio da 350 milioni di dollari

Non ci giriamo troppo intorno: il Menestrello di Duluth è questa roba qua, prendere o lasciare. Non vi illudete di averlo capito o, peggio ancora, compreso perché lui vi spiazzerà ancora, come ha fatto a dicembre scorso, quando ha venduto i diritti sull’intero suo catalogo alla Universal Music Group di Vivendi per una cifra che si aggira sui 300 milioni di dollari. E adesso, secondo le stime, detiene un patrimonio personale che si aggira sui 350 milioni. Ma, più che con i soldi e i riconoscimenti, uno così lo «pesi» soprattutto con l’influenza esercitata sui suoi contemporanei. Perché, com’è noto, gli artisti comuni seguono le tendenze, quelli straordinari le determinano. Eccolo allora debuttare nel solco del folk più tradizionale e impegnato di Woody Guthrie, con lo sguardo timido, i capelli crespi, gli standard reinterpretati nell’album d’esordio e quelli «imposti» dai successivi The Freewheelin’ Bob Dylan e The times they are a-changin’, la partecipazione alla marcia per i diritti civili del ’63, la liaison con la già famosa collega Joan Baez e il suo ruolo d’icona beatnik che improvvisamente cresce.

Le innumerevoli svolte di una carriera senza fine

Poi la svolta rock del ’65, la folta criniera riccia, la magrezza monacale e i Wayfarer che ne coprono gli occhi spiritati, l’incontro coi Beatles, la scelta di appoggiarsi a una backing band che suona «elettrico», altre pietre miliari come Highway 61 revisited e Blonde on blonde, le accuse di tradimento da parte dei seguaci che non si riconoscono in tutte queste novità giudicate «di orientamento commerciale». Poi ancora il ritiro dalle scene e la svolta country (Nashville Skyline e il duetto con Johnny Cash) proprio mentre nel mondo impazza la contestazione, le autocelebrazioni e le apparizioni cinematografiche di inizio anni Settanta, l’episodica conversione al cristianesimo (memorabile in questo senso il disco Saved), le atmosfere black che qua e là affiorano, la meravigliosa carnevalata dei Traveling Wylburys, l’esperimento da interprete del Great American Songbook, fino a Rough and Rowdy Ways, ultimo, inattuale album. «Zimmy» ne ha cambiato di volte pelle, in questi 60 anni. E il mondo a ruota libera dietro di lui.

Guai a pretendere spiegazioni

Questa storia non è ancora finita: ci piacerebbe sentirla raccontare dal diretto interessato ma è ancora fermo al primo volume il progetto Chronicles, la trilogia autobiografica che Dylan cominciò a pubblicare nel 2004. E anche il primo volume, piuttosto che spiegarci una buona volta perché «Sua Bobbità» rifiutò Woodstock, si sofferma su cose tipo il freddo che fa certe volte a Times Square e i giri in moto del Nostro, la domenica quando ha voglia. Forse l’errore è pretendere spiegazioni. Perché questa non è una storia come tutte le altre: questa è mitologia. E parafrasando il Poeta, «se probabilmente vi state chiedendo di cosa parli questa canzone e la cosa che vi sconcerta di più è a cosa serve questa roba qui, non è niente. È solo qualcosa che ho imparato giù in Inghilterra».

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