«Navalny contro Putin» e il miraggio di una nuova Russia

“Uno scheletro che cammina”

È davvero così? Non conosce paura, il grande accusatore. Dal carcere ha ripreso imperterrito a lanciare i propri siluri contro chi lo ha in mano. È presto per renderci conto se il coraggio, se il sacrificio di Navalny – ridotto, come si descrive lui stesso, a uno scheletro che cammina, dopo lo sciopero della fame deciso per reclamare cure mediche – potranno convincere i tanti russi che pur simpatizzando con lui ancora diffidano delle posizioni nazionaliste assunte in passato, della mancanza di esperienza, dei tanti interrogativi su chi ci sia dietro Navalny e finanzi la sua fondazione.

«Non è un altro Sakharov»

«La condanna che gli hanno inflitto è terribilmente ingiusta – confidava tempo fa un amico moscovita -. Eppure Navalny non mi sembra una figura paragonabile a Sakharov o a Solzhenitzyn. Non ha un programma positivo: sa bene come distruggere, ma saprebbe ricostruire altrettanto bene? Per un qualche motivo, preferirei non vederlo mai alla prova, al potere».

La battaglia, però, ormai è su un piano più elevato. È qui che Anna Zafesova conduce i due protagonisti del suo libro: e qui, il Paese che sembra destinato a prevalere nel futuro è quello dei sostenitori di Navalny. Una Russia, scrive l’autrice, che «ribalta due secoli di slavistica» perché non si vede più in eterna contrapposizione con l’Occidente, “noi e loro”, non ha complessi di inferiorità o di superiorità e si ama per quello che ha di bello e buono senza vergognarsi di criticarsi, di contaminarsi con il resto del mondo.

La vera rivoluzione

Navalny non ha problemi a riconoscere l’arretratezza del proprio Paese, ne racconta la corruzione e il degrado senza disperazione: «Si rifiuta di considerarla una maledizione del destino». La carica di ottimismo di Navalny è la sua vera rivoluzione. La differenza con la Russia di Putin – un uomo sempre più distaccato e isolato, forse ormai in balia della propria cerchia ristretta, incapace di interagire con la propria gente – «sta diventando una voragine», scrive Zafesova.

Paradossalmente, sia Navalny e Putin sono mossi dalla convinzione di essere chiamati a una missione, salvare il Paese: ma quella dell’attuale presidente, che ha preso in mano la Russia nel caos degli anni 90 e l’ha resa più stabile e più prospera senza però permetterle di fare il grande passo successivo verso un modello democratico, sta scivolando sempre di più verso l’unico intento di preservare il regime. Finito in un vicolo cieco, con in mano solo l’arma di un autoritarismo sempre più rigido. Escluso dallo spirito del tempo, schierato con le vecchie generazioni, incapace di offrire proposte per il futuro alle nuove.

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