Leonardo Sciascia e la «doppiezza» delle parole nella sua Sicilia

Nel vocabolario di Leonardo Sciascia, «terra» non è solo quella che si coltiva, ma soprattutto i luoghi abitati, le donne e gli uomini che li popolano, le parole che usano, le usanze e i costumi, le verità e le menzogne. E ogni paese siciliano «di mare o di montagna, di desolata pianura o di amena collina» (ma specialmente Racalmuto) per lui è stato, e dunque resta oggi per i suoi lettori, un’isola dentro l’Isola.

Sicilia terra di singolarità e separatezze

Dentro «quel grande, enigmatico contenitore di singolarità e separatezze che è la Sicilia» (così Giovanni Raboni, recensendo Occhio di capra nel 1984). Perciò nell’incessante esplorazione della sua terra (che fu anche autodiagnosi, confessione, amore e ripudio) Sciascia si mosse con una sua calcolata lentezza, rivoltandone le zolle con l’attenzione di un archeologo o di un chirurgo.

Stratificazioni di culture

Trovandovi con sguardo implacabile stratificazioni di culture, doppiezze di significati, angoli bui della lingua che paiono dire quel che non dicono, e intanto rivelano qualcosa d’altro. Memorabile figura di questa doppiezza è l’abate Giuseppe Vella, siciliano d’adozione, per vocazione falsario e per l’occasione arabista. Nelle pagine di Sciascia egli cammina con truffaldina eleganza su una lama di coltello messa a lucido dal gioco delle lingue: il maltese natío, il latino della liturgia, l’italiano e il siciliano delle trame politiche e della conversazione quotidiana, lo pseudo-arabo che s’inventa per il suo Consiglio d’Egitto, conquistando la prima cattedra di arabo all’Università di Palermo. Le parole e le lingue formano e coprono la menzogna, ma poi la mettono a nudo.

La terra su cui Sciascia camminava in Sicilia fu anche molteplicità di linguaggi, gioco di rispecchiamenti fra italiano e siciliano, cadenza di parole marginali o inevitabili che evocano metamorfosi, transustanziazioni di civiltà. Ne danno esempio le “parole doppie”, che in poche sillabe condensano transizioni epocali, secoli di storia, incontri e scontri di popoli. Così la parola Mongibello, nome alternativo dell’Etna. Già un vulcano con due nomi è un bel caso, ma Mongibello ne contiene in sé altre due, il latino mons e l’arabo gebel o simili, che vuol dire proprio ‘monte’. L’Etna è dunque un monte-monte, campione di tautologia: cioè del dire la stessa cosa due volte, quasi che una non bastasse. Ma dietro questa tautologia intravediamo un substrato plurisecolare: ad esempio, l’iscrizione trilingue dell’orologio ad acqua di Ruggero II a Palermo, dove ogni cosa vien detta tre volte in modo sempre diverso, anche la data: in latino è il 1142 dall’Incarnazione, in greco il 6650 dalla Creazione, in arabo il 536 dall’Egira. Davanti a questa epigrafe dobbiamo immaginare dunque siciliani del secolo XII sostanzialmente a loro agio mentre saltano da un registro linguistico all’altro.

A un passo dall’Etna, incontriamo il paese di Linguaglossa, cioè ‘lingua’ (in latino o italiano) e ancora ‘lingua’ (in greco, glossa). E poi le arti, le parentele, i mestieri. Per esempio capurráissi, che designava il capo di una barca o di una tonnara, ma anche un caporione o capopopolo: e qui capu è il latino caput e insieme l’italiano ‘capo’, più o meno esatto equivalente dell’arabo rais; dunque ‘capo-capo’. O ancora nannu-pappù e cioè nonno due volte, prima in versione latinoromanza e poi in una forma tarda di greco. A questo ventaglio di parole “doppie”, che i dialettologi avranno certo sciorinato e classificato, lo Sciascia di Occhio di capra ne aggiunge di suo uno e v’imbastisce giocosamente un raccontino.

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