Olafur Eliasson, ovvero quando la natura invade la fondazione Beyeler

Il rapporto uomo-natura è uno dei punti focali della produzione di Olafur Eliasson e poiché l’artista danese-islandese è una voce di primo piano della scena internazionale, l’attenzione suscitata ogni volta che propone un suo personale sguardo è di fatto planetaria.

“Life”

La sua nuova installazione dall’inequivocabile titolo “Life” ha preso possesso dell’edificio della Fondazione Beyeler a Riehen/Basilea, progettato da Renzo Piano. Niente più Monet e Cézanne, niente Picasso o Chagall alle pareti: allagando otto nude sale con un fluido verde acido, essa abbatte pure del tutto l’ostacolo delle vetrate che normalmente delimitano il museo e dilaga verso l’esterno del parco.

Lo scenario ha un fascino sinistro: il verde dominante rimanda alla natura, ma la sua tonalità inquieta, evocando una malsana palude post-industriale, abitata da piante acquatiche sparse sulla vasta superficie. Tuttavia il colore intenso deriva da un innocuo additivo vegetale, che nell’oscurità si fa fluorescente e che l’artista usò anche per un’installazione di fine anni ’90 (”Green River”). Un’esperienza sensoriale intensa, ricca di riflessi e bagliori, della quale Eliasson dice di aver ceduto il controllo: lo stagno ha infatti vita propria grazie alle piante e ai microorganismi che continueranno a crescere fino alla chiusura dell’iniziativa, il 17 luglio.

«La vita dell’uomo dipende da inspirazione ed espirazione. Ma io direi che vi è pure una “con-spirazione”, un etimologico accordo fra uomo e alberi, fra uomo e uomo, fra uomo e pianeta, in una compenetrazione che rende tutti vulnerabili se non interagiamo», spiega Eliasson: «non vi è del resto alcuna evidenza che l’umanità sia una specie eletta, per la quale tutte le altre sarebbero state create». La sua idea della Terra è quella del pianeta blu visibile dallo spazio, ma anche di «un corpo fragile, minuscolo nell’universo, e tutt’altro che in equilibrio».

Quando il direttore della Fondazione, Sam Keller, lo invitò un paio di anni fa a pensare ad un’opera in situ, Eliasson vagheggiò un’installazione «il più aperta possibile, che invitasse tutti e anche il pianeta, senza un dentro e un fuori».

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