Danza sudore e speranze. La docuserie sul “ballo” scaligero

Esterno giorno. Piazza della Scala in pieno sole, con le tinte calde di fine estate. Da via Manzoni, dalla metro di piazza Duomo, dalla Galleria arrivano in via Filodrammatici- chi con un trolley pieno di scarpette, chi con il passo naturalmente elegante da danseur noble – i bei danzatori del Corpo di ballo del Teatro.

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Dopo sette mesi di lock down si torna in scena; sta iniziando la nuova stagione. Parte così la docuserie Corpo di Ballo- L’avventura di Giselle alla Scala progetto realizzato da Panamafilm con la Scala e Intesa San Paolo, che in dodici puntate in esclusiva su Raiplay dal 30 aprile racconta degli ultimi mesi vissuti intensamente dagli artisti della compagnia milanese, travolti dagli eventi della pandemia che, aggiunti a quelli naturali della vita teatrale ( le prove, gli infortuni, il lavoro quotidiano, ma anche il passaggio di consegne tra i direttori Olivieri e Legris) hanno messo a dura prova la tenuta dell’ensemble.

Danza: “Corpo di Ballo- L'avventura di Giselle alla Scala”

Danza: “Corpo di Ballo- L’avventura di Giselle alla Scala”

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Stagione ancora in streaming

I fatti sono noti: al momento tutta la stagione 20/21 del corpo di ballo è ancora in streaming, con programmi inevitabilmente adattati per le emergenze (il prossimo è annunciato per il 15 maggio sempre sulle pagine social e web della Scala). Onore al merito degli autori comunque aver saputo trovare a posteriori un filo rosso “drammaturgico” nel dipanarsi delle puntate per creare attese, suspense, curiosità del pubblico televisivo: riuscirà Martina Arduino a danzare la sua prima Giselle? Riuscirà la compagnia ad andare in scena davanti al pubblico con un balletto a serata -dopo mesi di inattività forzata, segno di una ripresa tanto sospirata?

Carla Fracci

Ma al di là dello story telling (che culmina con il ritorno di Carla Fracci nel “suo” teatro, chiamata dal neodirettore Manuel Legris per supervisionare la messa in scena del balletto in cui è da sempre incomparabile riferimento) la serie ha altri motivi di interesse proprio nel rivelare la quotidianità seria e complessa con cui si confrontano gli artisti della danza di una grande istituzione.

E lo sguardo, fortunatamente trattenuto dalla retorica che in genere accompagna il racconto di questo specifico ambiente artistico, lascia che siano gli stessi artisti a svelarsi non tanto a parole, quanto soprattutto nel fare quotidiano e nell’incontro coi colleghi, con gli altri addetti del teatro- la fisioterapista, la parrucchiera, il direttore di scena-che fanno sentire la vitalità ricca che sta dietro all’atto artistico, frutto del lavoro collettivo di tutto l’organismo teatrale. Così risulta toccante, tanto quanto le lunghe arabesque nel (massacrante) solo di Desirè, l’affaticata salita al camerino di Claudio Coviello, a fine di una esibizione appena acclamata dal pubblico. O la camicia madida di sudore e sporca di trucco di Timofej Andrijashenko, abbracciato alla sua Nicoletta Manni dopo l’esecuzione del duetto della Carmen di Petit, in cui i contatti fisici così sensuali all’occhio dello spettatore, restano impattati con forza proprio sul costume dei danzatori.

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