Armenia, il genocidio negli occhi di due generazioni

Ci sono le pagine del diario di Serpouhi Hovaghian, nata nel 1883 in Armenia, sopravvissuta al genocidio: in corsivo, rapide, strappate alla morte. E quelle di sua nipote Anny Romand, l’autrice di Mia nonna d’Armenia, in cui ricostruisce i suoi ricordi di bambina: a Marsiglia, allora, ascoltava la voce e le storie di vita dell’amatissima nonna con cui trascorreva le giornate mentre la mamma era al lavoro. Un’alternanza, nella lettura, che restituisce la tragedia vissuta da un popolo, trasmette l’affetto che lega le protagoniste, fa emergere i loro sguardi diversi.

Aveva 22 anni, Serpouhi, quando una mattina accade l’irreparabile. Guardie turche bussano alla porta, intimano a tutti di uscire, saccheggiano la casa. Lei viene separata dal marito Karnik, che non rivedrà mai più, sarà massacrato insieme agli altri uomini. In braccio Aïda (appena nata), stretto a lei Jiraïr (quattro anni), Serpouhi si ritrova tra le carovane di donne in fila verso l’Anatolia: ore di cammino, la lotta contro la fame, lo sfinimento. E poi la decisione straziante di affidare il piccolo a una contadina pur di dargli una possibilità di vita, con la consapevolezza di aver perso Aïda nell’ospedale di Trebisonda, dove li avevano portati all’inizio (si scoprirà che uccidevano i neonati con il latte avvelenato nei biberon).

Un legame che supera la tragedia

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Durante la marcia, la giovane armena assiste – impotente e incredula – all’indicibile: «Di fianco scorreva sempre il fiume (l’Eufrate, ndr), lunghissimo. In ogni momento pensavamo che ci avrebbero buttate dentro. Nel fiume avevano scaraventato due carretti pieni di bambini piccoli. Questa scena ce l’avrò sempre davanti agli occhi (…) Vedendo i corpicini di quei piccoli in acqua, le braccia, le gambe che ancora si muovevano, sono rimasta completamente sconvolta, e ancor più quando ho visto quei mostri guardarli con un sorrisino sarcastico. Oh Dio mio, ti scongiuro lasciami vivere per vedere quegli infelici vendicati». Ce la farà. Si salverà Serpouhi, grazie a un coraggio e a una determinazione che la fa scappare e trovare riparo sulla costa del Mar Nero, da dove raggiungerà Costantinopoli dopo due anni di clandestinità. Più tardi è accolta in Francia quale “protetta speciale” per disposizione del console.

Anny Romand – oggi attrice e scrittrice – scopre il diario per caso, nel 2014, riordinando le cose di famiglia: 70 pagine in armeno, francese e greco scritte durante il calvario vissuto tra il 1915 e il 1917, preservate da tutto e tutti. I ricordi di Anny sono riportati nel libro con il tono e le parole di una bambina di sette anni che – con quell’amore incondizionato e senso di affidamento tipici dell’infanzia – ascolta il racconto e le conversazioni della nonna con gli amici, anche quando sono incomprensibili: «Parlano in turco e io non capisco niente, tranne che dicono cose tristi. Sempre morti, sempre dispiaceri, sempre dolori. (…) A mamma questa cosa dà sui nervi: “Sempre a parlare di quello”. Quello è Aksor, il Massacro».

Le testimonianze del genocidio, in aumento negli ultimi anni, aiutano a comprendere un drammatico pezzo di storia del primo Novecento la cui divulgazione appare oggi più che mai necessaria. Mia nonna d’Armenia ha la particolarità di accostare le sensibilità di due generazioni che offrono, come osserva Dacia Maraini nella prefazione, «un racconto lieve e profondo, una voce dal ritmo calzante che ascoltiamo tendendo l’orecchio, indecisi fra la tenerezza e l’indignazione».

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