Se in passerella sfila la vita

Niente è più effimero ed eterno della moda. Una sfilata, pochi minuti, tanti flash, un giorno solo che diventano storia del costume, bagaglio di una nazione e lessico familiare di milioni di persone. Sofia Gnoli ha raccolto in Ephimera. Dialoghi sulla moda il ciclo di incontri sulla moda che si sono tenuti alla Curia Iulia, antica sede del Senato romano, fra 2019 e 2020, a cura del Parco archeologico del Colosseo: è moda, ma alla fine è la nostra vita, perché ci sorprende, ci travolge, ci appartiene, ci racconta. «La moda – scrisse il filosofo tedesco Walter Benjamin – è come un balzo di tigre, ha il senso dell’attuale, dovunque esso viva nella selva del passato». E nel gran bazar delle immagini, di cui il libro è ricchissimo.

Roma laboratorio di idee

La moda è così antica da essere contemporanea, soprattutto se la si vive e la si respira in un Paese come l’Italia o ancor più negli spazi eterni di Roma. Silvia Venturini Fendi, figlia di Anna, una delle cinque sorelle Fendi, lavora nell’azienda che porta il nome di famiglia anche dopo la vendita al gruppo Lvmh: «Roma è un laboratorio di idee e, nel suo caos, è una città che contiene infiniti immaginari. Anzi, forse è un luogo più fertile per la creatività proprio perché non tutto è perfetto. E certe contaminazioni la rendono ancora più stimolante». Già, proprio le contaminazioni. Il marchio di fabbrica di Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci dal 2015 e archeologo delle cose a venire: «Roma rappresenta il luogo – diciamo disgraziato, fuori moda – che mi dà la possibilità di produrre cose diverse. Perché questo luogo dove c’è tutto e non c’è niente, questo luogo dove c’è la storia del mondo ma c’è anche l’apocalisse del mondo è folgorazione, è uno spazio contemporaneo intimo e grandioso».

Quanto conta l’«heritage»

Il terzo direttore creativo protagonista di Ephimera è Maria Grazia Chiuri, della maison Dior. Un’italiana, romanissima, che ha in mano le redini del più iconico dei brand francesi: «Il mio approccio da Dior è stato molto chiaro: sono sempre stata consapevole della storia dell’azienda e ho tenuto conto dell’heritage, ma ho lavorato per interpretarlo in un modo che mi rappresenti, contemporaneo, con una mia visione di moda che è italiana e non francese». Torna in Maria Grazia Chiuri il tema del rapporto moda-arte. C’è scambio, dialogo, crescita. Un melting pot felice e colorato che determina il nostro quotidiano. Come accadde alle D.P., le Doppie Pagine di Anna Piaggi (1931-2012). Potrebbe essere liquidata come giornalista di moda e sarebbe un grave errore, visto il suo esprit poliedrico. Innovativa, visionaria, talent scout, «elegant punk», come da definizione di Paolo Castaldi, era convinta che «si vive visualmente e bisogna immaginarsi sempre come una polaroid» e Luca Stoppini sottolinea che le sue Doppie Pagine «per decenni sono state l’esempio perfetto di coniugazione tra moda, immagine e grafica».

Storia dei dandy

Se la moda è mito, non meno lo sono i dandy. Nel suo saggio, Giuseppe Scaraffia lo tratteggia meglio di una fotografia: «Il dandy è perennemente solo perché come Flaubert, che scriveva notte e giorno nell’eremo di Croisset, vuole sopra ogni cosa piacere a se stesso … I veri dandies sanno quanto impegni costi simulare la casualità nella spiegazzatura del fazzoletto … Non è in nostro potere evitare il dolore e l’angoscia, la noia o la tristezza, ma possiamo arginarle con l’eleganza». Quella interpretata da Luigi Ontani, artista, seduttore, regista e attore, «referente della moda e ispiratore del tempo», come lo definisce Mariuccia Casadio.

Gli occhi, affamati, spaziano da una pagina all’altra, da una foto di sfilata a una installazione fino alla giunonica Venere di Tiziano: è un libro opulento da sfogliare lentamente, da assaporare dialogo dopo dialogo, creazione dopo creazione. E arricchito da una riflessione di Quirino Conti sulla liquidità dei confini fra maschile e femminile e da un racconto di Gabriella Pescucci, premio Oscar per i costumi (L’età dell’innocenza, 1993).

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