Pugili: brutali, delicati, umanissimi guerrieri del ring

Non sempre vince il più grosso ma chi sa evitare di farsi colpire. Nella boxe come nella vita. In un corpo a corpo violento come in un confronto di parole e ragioni. Il pugilato raccontato da Katherine Dunn è semplicemente la vita. Lo sport si fa totalizzante, ci sono i vincitori e gli sconfitti ma, soprattutto, la battaglia contro i fantasmi, contro i nostri incubi peggiori per cercare la risurrezione da danze terribili. Il circo del ring sono ventidue racconti firmati da Katherine Dunn (1945-2016), scrittrice e poetessa statunitense, folgorata sulla via della boxe. Per caso, nel 1980 vede un incontro di boxe in televisione, chiede al marito di assistere a un confronto dal vivo, e da quel giorno, con le sue righe, piene di sangue e rabbia, mette al tappeto tutti i luoghi comuni della “nobile arte”. Compreso quello che non è sport né racconto per signorine. Già Joyce Carol Oates lo aveva dimostrato: Sulla boxe è un libro folgorante, è ritmo e clangore di guantoni.

Il pugilato specchio dell’America

Dunn, che curava una rubrica settimanale su «Willamette Week», giornale alternativo di Portland, e che ha scritto per «The Ring», «Sport Illustrated», «New York Times», «Vogue», «Playboy», racconta i favolosi anni 80 della boxe: segue i campioni, si lascia affascinare dai dilettanti, dà il meglio di sé nei reportage per palestre e giornate di allenamento. Il pugilato, la più antica delle arti marziali, negli Stati Uniti diventa popolare sia come sport, sia per raggranellare qualche dollaro e segue le ondate migratorie: ci sono prima i pugili ebrei, poi gli scandinavi, gli irlandesi, gli italiani, gli est europei, i sovietici e i sudamericani: «la scarica di adrenalina che questo sport ti dà è come una droga, porta alla dipendenza anche se assunta in dosi ridotte dall’angolo del ring». E le righe di Katherine Dunn sono come round che ribollono di lava incandescente: non lasciano indifferenti, sono un gorgo che calamita anche i meno avvezzi a questo sport. Perché lei per prima è parte dello spettacolo, ne ama protagonisti e momenti: «per quanto possa sembrare brutale, vi si respira una strana delicatezza».

Hagler, Tyson e le altre stelle

Scorrono le storie di star storiche come Sugar Ray Leonard, Marvin Hagler e Mike Tyson, difeso dall’infamia del morso all’orecchio di Evander Holyfield. Scorre un’America verace perché «non c’è anteprima di Hollywood né debutto di Broadway né parata d’onore che tenga: solo una serata di grande boxe rivela il cuore scintillante dell’America in tutta la sua bellezza». E il talento, la disciplina e l’intelligenza di Dunn sanno plasmare i pugili come artisti guerrieri, come Nureyev del ring, sfolgoranti anche quando grondano sangue e fatica. Umanissimi, potrebbero essere sotto le mura di Troia assediata: sono eroi. Tutti quanti. Anche i più sconosciuti atleti e i più anonimi che compongono il quadro: gli inservienti che controllano le corde, gli scommettitori, gli allenatori, i preparatori, i giovani che entrano per la prima volta in palestra, sognando Rocky e l’ascesa sociale.

La forza delle pugilesse

L’occhio di Dunn vive di particolari, di angolature e dà il meglio in ciò che non si vede. Come nel racconto sui cutmen, che stanno all’angolo per arrestare eventuali sanguinamenti nei 60 secondi di riposo fra una ripresa e l’altra: «un cutman non ha successo quando il pugile vince, ma solo quando non perde per colpa del sangue». O nelle pagine sulle ragazze d’oro, ammesse a boxare solo dopo il 1993. Nella Grand Avenue Gym di Portland, Dunn osserva due pugilesse che dondolano sotto il caschetto di pelle, la loro è una lotta per il futuro. Come lo è quella dei ragazzini che, sacca in spalla, quasi intimoriti dalle sacre soglie, cercano la loro prima palestra. Possono trovare un allenatore incapace o uno bravo. Faranno la loro prima ora di allenamento, i primi pugni, poi verranno il movimento e la forma e la scoperta di «un mondo complesso, fatto di dolore e fatica, di orgoglio e bellezza». Appunto, la vita sublimata perché lo sport è molto più dello scorrere della fatica, dell’adrenalina e dei ganci fatali: «il pugilato è talmente faticoso che chiunque vi si avventuri dimostra già di per sé una certa tenacia. Varcando la soglia di una palestra, vi guadagnate il diritto a essere gentili». Ben oltre la campana del gong.

Il circo del ring. Dispacci dal mondo della boxe, Katherine Dunn, Traduzione di Leonardo Taiuti, 66th and 2nd, Roma, pagg. 272, € 17

Source link

Posted on

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *