Affollamenti poco giudiziosi: il tempo e la piazza

È passato un anno dall’avvento “ufficiale” del Covid-19 in Italia e dalle prime misure di lockdown. Nell’anniversario, la domanda che più ci inquieta, perché non ha una risposta, è: quanto tempo dovrà passare ancora? E in vista di cosa? Di quale “vita nova”?
La psicologia scientifica parla della pandemia come di un evento traumatico collettivo, definibile in base all’intreccio di diversi fattori di stress. Alcuni li elenca un articolo (https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMp2008017) apparso sull’autorevolissimo New England Journal of Medicine: prognosi incerte, mancanza di risorse per lo screening dei casi, necessità di misure per la salute pubblica che limitano però le libertà personali, débâcle finanziarie, messaggi contraddittori delle autorità.

Vivere questi mesi è un’esperienza che giorno dopo giorno mette radici nel nostro mondo interno e in quello sociale, facendoci sentire vulnerabili e impotenti, in una parola (inglese) helpless. Uno degli effetti di questa condizione è quello di attenuare il vissuto di efficacia delle nostre azioni, e di scombinare il nostro rapporto con il tempo. Non è facile, infatti, mantenere un’idea di continuità: in questa situazione priva di una prospettiva certa, il rapporto con un presente-futuro ogni tanto sembra impazzire. A ogni cambio di colore regionale, cambia la nostra percezione del pericolo: appena scatta il giallo, vengono rimossi gli obblighi che il rosso portava con sé e riprendono gli aperitivi, le feste negli appartamenti, i raduni nelle piazzette o lungo i canali.

Carpe diem

Tecnicamente, ricorrendo al linguaggio dei meccanismi di difesa che ormai i nostri lettori conoscono (https://www.ilsole24ore.com/art/psicoanalisi-anti-negazionista-ADjiZjz?refresh_ce=1), potremmo parlare di più o meno compromettenti acting-out. In alcuni, soprattutto tra i più giovani, sembra infatti prevalere l’individualismo improvvisato del “carpe diem”, quello che Boccaccio racconta così: «Altri […] affermavano il bere assai e il godere e l’andar cantando a torno e sollazzando e il sodisfar d’ogni cosa all’appetito che si potesse e di ciò che avveniva ridersi e beffarsi esser medicina certissima a tanto male».

Acting-out, si diceva: più o meno compromettente perché leggibile lungo un continuum che va dall’innocente e adolescente “non ce la faccio più” all’onnipotenza antisociale del “chissenefrega”. Al punto da poter affermare, con una battuta agrodolce, che i capelli che ci siamo strappati in tempi pre-pandemici, preoccupati per la claustrofilia dei nostri adolescenti social (giù giù fino al ritiro casalingo totale degli hikikomori, originariamente studiato nei ragazzi giapponesi), possiamo tranquillamente riattaccarceli.

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