Don Juan. Io seduttore? Tutta colpa della mamma

Posticipato il debutto (inizialmente destinato al Ravenna Festival) per cause di forza maggiore, Aterballetto è finalmente andato in scena in prima assoluta con il nuovo Don Juan di Johan Inger al Teatro Comunale di Ferrara. L’esser riusciti nell’impresa, visti i tempi grami per i teatri, senza rinunciare alle logiche interne e compositive del lavoro, “in ottemperanza alle regole del distanziamento”, è di per sé una nota di merito.

Del resto per la compagnia reggiana era essenziale realizzare nella pienezza dei mezzi il progetto produttivo più importante dei suoi ultimi anni: un lavoro a serata drammatico, creato appositamente da un coreografo di rilevanza internazionale, da qualche tempo attratto proprio dall’ardua sfida della narrazione in danza, che per altro gli ha già fatto vincere un Benois de la Danse per Carmen.

Arrivare alle pieghe riposte dell’anima

Contrariamente a quanto a tutta prima si possa pensare, raccontare attraverso la danza è difficile: non basta descrivere gli intrecci e il loro sviluppo. Si deve dare spessore ai caratteri, delineare i tratti psicologici, se possibile arrivare alle pieghe riposte dell’anima, anche le più oscure. E poi bisogna riuscire a traslare i cliché consolidati di una forma coreografica secolarmente legata al genere (il balletto narrativo) in una scrittura teatrale contemporanea, magari osando nuove modalità di composizione.

Cornice freudiana

Nel raccontarci la sua idea di Don Giovanni, emersa dalle letture più disparate sul mitologico personaggio (da Tirso de Molina a Brecht fino al ribaltamento di prospettiva, decisamente femminista, ad opera di Suzanne Lilar) Inger si è affidato alla solida drammaturgia di Gregor Acun ̌a-Pohl, che incastona il mito assoluto del seduttore, seriale e miscredente, in una cornice freudiana: nelle effimere conquiste il Don cerca l’unica Donna che abbia mai amato -la madre- e che invece l’ha rifiutato, ma incombe, inesorabile Convitato di Pietra, su ogni sua relazione fino a condurlo all’ autodistruzione.

Il che consente una collana di incontri con il “femminile” nelle sue diverse declinazioni, costeggiando la traccia di Da Ponte, recuperando Tirso (nel personaggio della selvatica Tisbea) e Zorilla (per l’educanda Inés), con una serie di caratterizzazioni acute, talvolta sarcastiche, delle diverse psicologie muliebri e le varie modalità d’approccio all’eros (spesso da loro stesse avviate).

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