Concettuale e visionaria la danza di Claudia Castellucci

Marie Chouinard, attuale responsabile della sezione danza alla Biennale di Venezia ci ha abituati a scelte estrose per i Leoni che dovrebbero premiare creatività significative e realmente influenti nell’ambito dell’arte coreografica del nostro tempo. Si ricorderà il Leone d’Oro alla carriera assegnato lo scorso anno, non senza perplessità, al quarantaquattrenne Alessandro Sciarroni, ragioniere convertitosi al teatro fisico durante gli studi universitari e gradualmente accostatosi alla coreografia concettuale, rivendicando orgoglioso la sua totale naïveté nei confronti delle regole che stanno alla base dell’arte.

Anche Claudia Castellucci, destinataria del Leone d’Argento 2020, che ritirerà il 16 ottobre a Venezia nel corso del Festival Internazionale di Danza, è in un certo senso un’autodidatta: sorella di Romeo, cofondatrice di una compagnia teatrale oggi di fama mondiale, la Socìetas, si è sempre più interessata alla relazione tra corpo e spazio, istinto e regola nel movimento al punto da dedicarsene con le attività della Stoà e oggi con quelle della Mòra.

Ascolto del corpo

Due “scuole”, se così si può dire, filosoficamente radicate nell’idea del piacere intellettuale della scoperta del sé anche attraverso l’ascolto del corpo, dei suoi ritmi e impulsi, in cui primeggia l’idea del pensiero strutturato che analizza e rende razionale, regolato, ordinato nello spazio e nel tempo, e quindi drammatico, il movimento, espressione primaria comune agli esseri umani. Non a caso la Castellucci definisce i suoi lavori balli e non danze, con un raffinato distinguo semantico che allude proprio all’origine popolare-ritualistica dei primi, così come ci hanno insegnato studiosi come Curt Sachs o Rudolf Laban. E certamente nell’elaborare la sua ricerca l’artista cesenate ha tenuto ben presente i testi dei due studiosi, come le intuizioni dei predecessori Dalcroze e Delsarte e dei loro seguaci, maestri dell’Ausdrucktanz in primis.

Potenza immaginifica

Ma, ed è questo il dato rilevante, forte di una visionarietà dalla capacità di un’‘evocazione’ narrante lucida e efficace, la Castellucci ha saputo travasare anche le più basiche nozioni dinamiche e ritmiche in un personale mondo teatrale, inoltrandosi in quadri coreografici, che, nonostante la semplicità della struttura ( le figure ricorrenti sono il ritualistico cerchio o le lunghe teorie cadenzate come marce) proprio nella variazione, nella logica della composizione – a canone, a unisono- nella pulizia integerrima dei movimenti-mostrano una potenza immaginifica.

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